“Il tuo” problema è “il mio” problema

Libertà, Uguaglianza, Fratellanza. Questo è il modo per far cambiare le cose insieme alla necessità di mostrare EMPATIA per i problemi dei nostri vicini (che siano essi concittadini o immigrati; volendo passare da un estremo all’altro.) Le guerre intestine, che avvengono all’interno di una comunità, di una nazione, di un popolo, non portano frutto ma solo emarginazione ed allontanano dalla risoluzione dei problemi della comunità. Fare un passo di guerra “intestina” equivale a compiere dieci passi indietro verso lo sviluppo di una qualsiasi realtà sociale. Spesso le guerre intestine nascono su iniziativa di un piccolo gruppo di incapaci a contestualizzare la loro esistenza nel mondo in cui vivono (sarebbe meglio dire: “nel mondo in cui sono costretti a vivere”).

Perché questo articolo?

Non c’è una risposta precisa e l’articolo non è destinato a nessuno, se fosse un film si concluderebbe scrivendo: << ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale>>

Ma certamente questo articolo qualcosa vuole esprimere a partire dal disagio nel vivere in un territorio (La Romanina) abbandonato dagli uomini e dalle istituzioni in cui vige l’assoluta mancanza di partecipazione sociale ai problemi della comunità (almeno per il momento e salvo prova contraria che fiduciosamente si attende).

Ci basta la promessa del rifacimento delle strisce pedonali per gridare al successo, solo a titolo di esempio, forse perché abbiamo perso il senso di ciò che è normale.

Ci siamo abituati a comunicare tramite i “social” che tutto hanno tranne che di “sociale”, anzi rappresentano un modo per estraniarsi ancora di più dai problemi concreti del nostro quartiere e, più in là, dei problemi della nostra città e del nostro paese.

Si condivide tutto, tranne la quotidianità, tranne lo stare insieme, di persona, per fare qualcosa per e nella comunità in cui abbiamo scelto di insediarci.

Attenzione a toccare questi argomenti, perché è rapidissima l’ascesa verso accuse ed ingiurie (e non è raro arrivare, addirittura, ad essere diffamati).

Nasce quindi una domanda: perché fare dell’attività di volontariato nel proprio quartiere quando, facilmente, si viene accusati di essere politicizzati. Perché sopportare le diffamazioni?

La risposta è più semplice di quello che puoi immaginare: perché non tutti siamo uguali e qualcuno, vuole o deve metterci la faccia anche a rischio di “passare per ciò che non è”, anche passare per fanatico e presuntuoso (come potrebbe potrebbe apparire l’autore di questo articoletto).

Eppure sono molti che sentono di doversi spendere per cambiare le cose anche a rischio di passare per fanatici, politicizzati, ladri, truffatori, malfattori, rei delle proprie scelte.

Quei “molti”, la sera, non riescono a guardare in faccia i loro figli senza poter dire: <<io ci sto provando a cambiare le cose per il tuo bene (quel bene che io credo sia bene, ma non è detto che lo sia fino in fondo).

Questo è il motivo per cui quei “molti” accettano il compromesso, a caro prezzo, per guardare con dignità la faccia dei propri figli e delle proprie figlie, pur essendo consapevoli dei rischi d’essere tacciati per fanatici e presuntuosi (almeno), quando poi non sono oggetto di pubblica diffamazione.

Sono rischi connessi che o si accettano o non si accettano, sono conseguenze che ti fanno domandare ogni giorno: ma chi me lo fa fare? Poi ti ricordi che sei padre.

Poi ti arrabbi perché vedi quasi vanificati i tuoi sforzi e quelli delle persone che ti danno seguito, ti senti indignato per l’atteggiamento di quelli che non partecipano e che non ci mettono la faccia…che non ce la mettono per paura o perché dicono di “non avere tempo”.

…e qui cominci ad avere paura del non cambiamento, non hai paura delle minacce, delle accuse, arrivi solo ad avere paura che non si realizzeranno, ancora per molti anni, tutte quelle piccole e grandi opere che hanno reso altre comunità “civili”, nel senso di evolute socialmente, alle quali non bastano due strisce pedonali per gridare al successo.

Ti scontri con l’incapacità moderna di leggere e di leggere con attenzione, lì dove quest’ultima rimane concentrata solo sulla forza di una immagine Facebook che concede solo una rapida percezione, spesso errata, del contenuto della storia e del suo significato.

E’ triste, eppure qualcosa deve cambiare e forse per cambiare si deve tornare ai valori veri a quei valori che hanno trasformato comunità barbare in comunità evolute.

Libertà: di esprimersi

Uguaglianza: tu sei uguale a me, ti difendo perché, se non altro, difendendo te difendo me stesso, dunque ti manifesto la mia Fratellanza.

Di più! Ti sono empatico, cioè il tuo problema diventa il mio problema.

Questo dovrebbe essere lo spirito di un comitato di cittadini dove per cittadino si deve intendere:  abitatore, frequentatore (PETRARCA Canz.CCXXXVII, 15)

Eppure è così difficile “fare” e “convincere” che quei “molti” stanno facendo tutto e di tutto solo per continuare a guardare in faccia i propri figli.

Non è facile metterci la faccia. Non lo è. Anzi è rischioso, soprattutto in un contesto che si presta a facili e pretestuose congetture.

E’ terribile vedere il voltafaccia di quelli che, fino a un minuto prima, ritieni amici e che sei costretto a declassare, ma al contempo è utile per per “setacciare” il presunto nutrito gruppo “amici” e giungi a domandarti: ma ne vale ancora la pena di lottare?

Sì, vale.

Vale perché lo si deve fare per continuare a guardare i propri figli in faccia e perché non tutti sono falsi e non tutti meritano di essere candidati ai peggiori gironi danteschi.

Ai condannati ai gironi danteschi basta la pena che tutti i giorni sono costretti a vivere, basta quella e non ne si trae conforto, si piangono, invece, le loro disgrazie.

Si deve credere nell’evoluzione (intesa come cambiamento in meglio) e l’unico modo per farlo è credere nel rispetto dei valori cardine della Libertà, Uguaglianza, Fratellanza.

 

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